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L'oasi di Novoledo-Villaverla e l'acquedotto di Padova un patrimonio idrico e naturale da proteggere

Qualche giorno fa ho avuto l’occasione di visitare l’Oasi naturalistica di Villaverla, un luogo straordinario, ricco di storia, biodiversità e soprattutto di acqua.

Quest’oasi custodisce risorgive e ambienti che valorizzano la tradizione del territorio veneto: alte siepi campestri e ripariali, prati stabili, un bosco di querce piantato oltre 60 anni fa che rappresenta un esempio fedele del paesaggio naturale della nostra regione.

L’Oasi non è solo un patrimonio ambientale, ma anche una grande risorsa culturale, didattica e scientifica: una vera e propria scuola a cielo aperto per le giovani generazioni e per tutti quei cittadini e cittadine che vogliono conoscerla e apprezzarla. Qui è possibile fare divulgazione scientifica ed educazione ambientale direttamente sul campo, mostrando concretamente la ricchezza del nostro ecosistema.

La gestione dell’oasi è curata da AcegasApsAmga, che in collaborazione con associazioni del territorio come Dueville + Verde e Foglie Nuove, che ci ha accompagnati alla scoperta dei diversi aspetti naturalistici e storici dell’Oasi con l’esperta Paola Marconato.


L’OASI COME CUORE DELL’ACQUEDOTTO


L’aspetto più importante, anche per la vita quotidiana di moltissime persone, è la funzione storica di approvvigionamento idrico: da quest’oasi parte infatti una canaletta che porta acqua fino alla città di Padova. L’acquedotto padovano utilizza le risorse dei pozzi artesiani presenti soprattutto tra i comuni di Dueville, Monticello Conte Otto, Caldogno e Vicenza, oltre ai circa 180 pozzi dell’oasi di Villaverla, che garantiscono una portata complessiva di 5.100 metri cubi d’acqua all’ora.

Si tratta di un’acqua purissima che attraversa diversi strati di ghiaia che la filtrano naturalmente, depurandola e arricchendola di sali minerali. Una parte penetra in profondità, formando le falde artesiane, mentre un’altra si raccoglie a livelli meno profondi dando origine alle falde freatiche e alle risorgive, da cui sgorga spontaneamente dopo un lungo percorso di depurazione naturale, che può durare anche dieci anni.

Attualmente le risorse idriche vengono convogliate nella rete cittadina attraverso tre linee principali:

- la canaletta trapezoidale in calcestruzzo del 1890, che parte direttamente dall’Oasi di Villaverla;

- la tubatura metallica di 900 mm di diametro, realizzata nel 1958, che raccoglie le acque dei pozzi a nord di Vicenza;

- la più recente linea di adduzione del 2000, una condotta metallica di 1.300 mm di diametro che, partendo dallo stabilimento di Saviabona, porta acqua fino a Padova.


LA STORIA DELL’ACQUEDOTTO DI PADOVA


Fin dall’antichità, Padova ha beneficiato di fonti idriche di qualità. L’antica Patavium era rifornita da un acquedotto romano alimentato dal fiume Medoacus (l’attuale Brenta) e dalle falde superficiali del territorio. Tuttavia, nella seconda metà dell’Ottocento, gli amministratori dichiararono non più potabile l’acqua del fiume e dei pozzi cittadini, compromessi dallo sviluppo locale, dalla crescita demografica e sopratutto dalla scarsa consapevolezza ecologica dell’epoca.

Fino ad allora i padovani bevevano direttamente dal Brenta o dai pozzi sotto i loro piedi. Ma proprio in quegli anni maturò la consapevolezza che serviva una scelta nuova e lungimirante per garantire acqua sicura e tutelare questo bene comune.

Venne allora approvato il progetto dell’ingegnere Vincenzo Stefano Breda, che propose di captare l’acqua purissima delle sorgenti di Villaverla e convogliarla fino a Padova, lungo un percorso di circa 40 chilometri.

I lavori iniziarono nel 1885 e si conclusero nel 1888. Il 13 giugno 1888 un getto d’acqua sgorgò in Piazza dei Signori: era l’inaugurazione ufficiale del nuovo acquedotto. All’epoca, i padovani non avevano ancora l’acqua in casa: per dissetarsi andavano in piazza per recuperarla riempiendo le brocche alla fontana pubblica. Da allora il mondo è cambiato, ma una cosa è rimasta intatta: l’acqua che ancora oggi beviamo, proveniente da quella stessa Oasi.

Il Comune di Padova, già allora, ebbe l’intuizione di acquistare la superficie dell’oasi per proteggerla: negli edifici che raccolgono l’acqua si trovano ancora fotografie storiche con la scritta “Acquedotto di Padova”. Ed è lì che ancora oggi confluisce l’acqua dei circa 180 pozzi dell’oasi, entrando nella canaletta realizzata nel 1888: un’opera che, pur restaurata e manutenuta, continua a funzionare da oltre 130 anni con lo stesso principio idraulico, sfruttando un dislivello naturale alcune decine di metri lungo 40 chilometri.


UN BENE COMUNE DA DIFENDERE


Assaggiare quell’acqua, fresca a 13-14 gradi, dal gusto pieno e naturale, significa prendere coscienza che lì viene prelevata la risorsa che disseta centinaia di migliaia di cittadini di Padova e di alcuni comuni limitrofi. È difficile immaginare che un patrimonio così prezioso e fragile, al centro di un ecosistema naturalizzato e delicato, possa essere messo a rischio.

Eppure, negli scorsi decenni, proprio in quell’area sono stati realizzati impianti di trattamento delle sabbie di fonderia e accumulati e forse interrati materiali potenzialmente pericolosi. È doveroso – e urgente – chiedere analisi approfondite, trivellazioni e carotaggi mirati per garantire che nessuna contaminazione minacci la falda che alimenta l’acquedotto padovano.

La domanda però che dobbiamo porci oggi è semplice: come è possibile anche solo ipotizzare l’ampliamento di impianti (come il caso di Silva) di trattamento di rifiuti sanitari e pericolosi in un luogo così vitale per il nostro approvvigionamento idrico?

L’acqua di Villaverla, Dueville e Montecchio Precalcino non è una risorsa qualunque: è il cuore pulsante della vita quotidiana di Padova. Ma è fondamentale anche per questi comuni che ancora oggi non hanno acquedotto ma che utilizzano pozzi privati per bere.

Tutelarla in ogni modo e con la massima determinazione significa difendere non solo un bene ambientale, ma un diritto fondamentale delle persone e delle comunità.

 
 
 

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#LA BUONA AMMINISTRAZIONE

Sono nato e risiedo con la mia famiglia a Bassano del Grappa (Vi). Perito agrario dal 1990 e  fisioterapista dal 1997. Ho potuto lavorare per molti anni presso l’Ospedale di San Bassiano. Dopo l’esperienza in Consiglio comunale a Bassano, eletto Consigliere comunale nella lista civica ‘Bassano per Tutti’, ho aderito al progetto di Europa Verde candidandomi nel 2020 al Consiglio regionale. Nel luglio 2024, da primo dei non eletti, subentro alla Consigliera Cristina Guarda ora euro parlamentare per European Green Party. Da sempre, sono impegnato nella mobilità sostenibile. Da padre mi sforzo di guardare il mondo attraverso gli occhi dei miei figli, costruendo ponti, per citare Alex Langer.

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